I soliti imbecilli – Niccolò Giani | Un estratto da Mistica della Rivoluzione Fascista – CinabroEdizioni

Sulla validità degli scritti di Niccolò Giani, è superfluo soffermarsi oltremisura. Riteniamo però opportuno, distillare in piccoli contributi, quegli interventi che in un clima come quello attuale, rendono l’idea della straordinaria lungimiranza della Mistica Fascista. “L’autarchia è una necessità: assoluta, inderogabile, assiomatica. È un sistema, non una contingenza.” Qualcuno può ricordaglielo agli stregoni della povertà globalizzata di questi tempi?

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I soliti imbecilli – Niccolò Giani

Sono quelli che ancora oggi parlano dell’autarchia come di un’economia di guerra, pronti prontissimi a buttarla a mare appena l’orizzonte politico si rischiari. Sono gli stessi che nel ‘22 hanno commentato l’avvento della Rivoluzione col tradizionale «dura minga»1, sono quelli che nel ‘24 erano certi di svegliarsi ogni mattina con i rossi in camera da letto e all’epoca delle sanzioni s’aspettavano che la flotta inglese arrivasse sulle Alpi, sono ancora quelli che hanno salutato il «Voi» e il passo romano col loro sbiadito sorriso di pessimisti. È così che in questi giorni questi «soliti» irrimediabili imbecilli hanno rimesso in giro per le strade il loro lungo naso e con l’aria di profeti da strapazzo fanno confidenze, mormorano consigli «Sai, adesso che l’accordo italo-inglese è entrato in vigore…», «Ora che la situazione si va normalizzando». Tutti i loro discorsi sono imperniati su questi luoghi comuni di cui l’Italia del Littorio ha fatto piazza pulita, ma che in questi nostalgici del passato vivono e prosperano con insolita per quanto spiegabilissima tenacia. E sono – naturalmente – i luoghi comuni del «lasciar correre», della «indistruttibile amicizia colla sorella latina», della «tradizionale e non superabile supremazia inglese», e roba del genere. Per fortuna, per noi, e non solo per noi, tutto questo è passato, trapassato anzi e possiamo guardare senza timore a questi musei ambulanti che parlano una lingua che i giovani più non capiscono e che, al più, induce a un sorriso di compatimento. Ma cari imbecilli, in guardia a non fraintendere la nostra sopportazione e a non esagerare colla nostra pazienza. Potrebbe anche darsi che qualcuno si stancasse di questi vostri stupidi sussurrii; potrebbe anche capitare che taluno si dimenticasse che siete degli incurabili maniaci degni di essere affidati alle cure degli ospedali psichiatrici. E allora sarebbero guai. Perciò ritornate alle vostre cantine, nelle vostre stanzette ammuffite e, se proprio non potete farne a meno, sfogatevi coi muri o coi topi. Ma le piazze, le strade, i caffè, i circoli, i salotti lasciateli alle nuove idee, lasciateli a coloro che marciano pieni di fede e di volontà, nella luce del sole, colla certezza delle nuove mete. Questa nuova Italia voi non la capirete mai, mai: non per nostra, ma per vostra disgrazia, perché mai avrete la gioia di sorridere, di credere, di sperare, di volere. Voi siete uomini di un altro mondo: facce lugubri, volti pessimisti, corpi contorti, passi felpati, occhi inchiodati nel fango della terra. Siete dei sottomessi: della Francia, dell’Inghilterra, non importa. Siete dei vinti, in privato e in pubblico. Subite, non volete: ecco perché anche, non capirete mai l’autarchia; non potrete mai intendere la mistica dell’autarchia. Ecco perché le cinque fondamentali dichiarazioni del Duce alla Commissione Suprema 2 saranno sempre per voi lettera morta e non riuscirete mai a capire e a intendere con cuore allegro l’ordine del Segretario del Partito dato col Foglio di disposizioni n. 1180: «Verso questo obbiettivo – l’autarchia – indicato dal Duce i fascisti debbono tendere con inflessibile volontà». Inflessibile volontà, capite.

Altro che «ora…» «adesso…».

Nulla è mutato. L’ordine di marcia rimane lo stesso. L’accordo con l’Inghilterra non c’entra. Per nulla. L’autarchia è una necessità: assoluta, inderogabile, assiomatica. È un sistema, non una contingenza. Così come, per noi è un sistema la volontà di non far di cappello a nessuno, né oggi né mai. E l’autarchia è proprio questo: l’indipendenza, e quindi la potenza.

Capito, cari imbecilli?

Niccolò Giani in Dottrina Fascista, novembre 1939

NOTE

1 Era un modo di dire che stava per «non dura», reso celebre da sketch comici degli anni Trenta di Vittorio de Sica e Umberto Melnati (N.d.C.).

2 [Nel discorso tenuto dal Duce nel Novembre del 1939, si ribadiva l’«utilità» e la «necessità sacra» per l’Italia della «battaglia per l’autarchia» (N.d.C.)].

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